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Chacun est artisan de sa fortune.

” C’est en forgeant qu’on devient forgeron”
“It is by forging  that one becomes a blacksmith”
letteralmente: è forgiando il ferro che si diventa fabbri

Non ho l’arte, non l’ho mai avuta, di disegnare.
La mia grafia sbilenca sta lì a testimoniare.
questo è il mio spazio
in cui cerco di dare forma e visione
al mio sentimento.

Quando il dovere chiama rispondo seccato
“lasciami stare nel mio mondo fatato”
Ho tanto da dire, poco da raccontare
Nessuno,tanto, mi sta ad ascoltare
All’estero vivo e lavoro
E quando parlo nessuno, se non pochi eletti
mi capiscono e stanno ad ascoltarmi.
Non me ne curo, anzi me ne vanto.

Questa scuola di lingue a volte, quasi ogni giorno, mi sembra un comitato politico.
L’unica cosa che interessa veramente il mio capo sono le elezioni amministrative di Giugno.
Se tutto va bene, la Turchia cambierà governo, La città di Manisa avrà un nuovo sindaco e, probabile,
gireranno più soldi.

Io me ne frego altamente, unico problema è capire cosa mangiare a pranzo e a cena.
A dire il vero i problemi sono tutti legati alla comunicazione.
Trovandomi all’estero, ogni gesto, ogni bisogno necessita di qualcuno che lo sappia interpretare.
Tutto ha una funzione più pragmatica.
Se ho bisogno di cibo a buon mercato, vado dal kebapparo che, con poche lire, mi dà questo rotolo di carne, insalata, pomodoro e verdure varie da consumare dove meglio mi pare.
Non sento più la necessità di girare per scoprire nuovi posti.

Ho girato in lungo e in largo questa città e ogni giorno la sento più mia anche se non la capisco.
Troppo piccola per essere una metropoli, troppo grande per essere un paese di poche anime.
Eppure le persone che vedo girare per il centro città sono sempre le stesse o quasi.
C’è il venditore di Simit, morbida e croccante ciambella di pane con la “giggiuliana” di sopra, che ogni giorno, dalle prime ore del mattino fino alle cinque di sera, sta lì prendendosi pochi spiccioli proprio davanti al costoso negozio di abbigliamento della sua squadra di calcio preferita: Il Fenerbahçe.

C’è il ferrivecchio che gira per la città raccattando ferraglia e gridando ad ogni angolo di strada, tanto nessuno lo sta ad ascoltare.
Ci sono due bambini che vendono del mais tostato in bicchierini di plastica.
Non potrebbero e non dovrebbero lavorare ma lo fanno lo stesso, come i Sciuscià all’angolo del parco che girano con i loro minuscoli banchetti con tutto l’inventario per pulire le scarpe.
Non li ho mai visti pulire le scarpe o andare a scuola.

Sto cominciando a far parte di tutto questo.
Mi chiamano Hoca, insegnante o imam, stessa parola in diversi contesti.
Sacro e profano si mescolano, considerando che può essere anche sacro l’insegnamento.

Oggi, approfittando dei tanti tempi morti tra una lezione e l’altra, ho visto la frase del titolo di quest post tra i proverbi in francese.
Questa frase riassume questi due mesi di avventura turca;
Ognuno è artigiano della sua fortuna.
Io ho lavorato, e ancora lavoro la mia fortuna, pazientemente, ogni dì.
Ogni volta che non so spiegare qualcosa in inglese alla mia classe,
ogni volta che non so andare oltre gli esercizi del libro, far parlare gli alunni in inglese o non capire cosa mi dicono
i negozianti.
Lavoro la mia fortuna che a volte sembra prendersi gioco di me.

Non riesco a dare un valore aggiunto alle mie lezioni o a volte eccedo parlando solo io e non interagendo con gli studenti.
Mi hanno richiamato per questo, ma non mi hanno punito, mi hanno solo rinnovato la fiducia.
E mi hanno detto una cosa che solo la brevità e la capacità di essere diretti, tipica della lingua inglese, riesce a renderlo al meglio.
TAKE IT EASY.
o, come dicevo nella mia tesi di laurea su come scrivere sul web; KEEP IT SIMPLE, STUPID!
Ma a volte la semplicità è così avvilente e voglio complicarmi la vita.
Per questo odio il libro di testo. Troppo semplice, chiaro e schematico, e le eccezioni?
Una volta, durante uno speaking, parlando dela semplicità dei messaggi illustrai il richio linguistico degli SMS.
In poche parole, se scrivete come mandate i messaggi, farete sempre errori di sintassi, ortografia e punteggiatura.
Nel descivere questo mostrai il famoso TVB tipico italiano e lo confrontai con il TVB turco ossia;
KIB.
Per rendere le cose ancora più evidenti aggiunsi un “way” a questo modo di scrivere e ne venne fuori:
KIB’S WAY
ossia il modo più diretto, risicato e veloce di scrivere.
Gli alunni ne uscirono entusiasti.
Il KIB’S way aveva fatto presa sulle menti e anche il mio invito a non essere troppo risicati nelle risposte.
Non un semplice YES o No, se avete o non avete capito.
Argomentate, discutete anche se sbagliate, anzi sbagliate pure!
Solo cosi diventerete artigiani della vostra fortuna.

Il principio del KIB ha riscosso molto successo, come tutte le cose stupide.
Una ragazza mi ha chiesto di approfondire il concetto in separata sede.
Anche il principio del KISS ha funzionato con la suddetta.

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