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in quel di Milano

Fino a qualche anno fà, un giovane laureato ambizioso lasciava la Sicilia in cerca di un lavoro appagante e qualificato nella capitale economica d’Italia, ossia Milano.
Fino a qualche anno fà lasciare la propria terra per sistemarsi in un’altra città d’italia richiedeva sfrozi economici non indifferenti e fatica quotidiana,nonchè capacità di adattamento a ritmi quotidiani più frenetici, un investimento a lungo termine con guadagni giusti commisurati al lavoro.
Ma in tempi di crisi economica, disoccupazione galoppante e globalizzazione questa realtà non esiste più.

Il mercato del lavoro, in Sicilia e ancora più a Milano, ha bisogno di giovani leve da sfruttare nei cal center a vendere qualunque tipo di offerta o di servizio secondario che si può ottenere a prezzo irrisorio e con il minimo sforzo( basta una chiamata non desiderata).
Tanti altri girano per la città facendo un lavoro dinamico e socializzante, completamente autonomo in cui si guadagna da subito??
Tutte belle parole che indicano una realtà avvilente: venditore porta a porta di prodotti assicurativi,finanziari o altro che la gente non comprerebbe neanche sotto minaccia.

Ancora più avvilente è scoprire che se cerchi lavoro di qualunque tipo, devi andare in una strana agenzia di affitti, pagare una quota e andare a fare il fioraio o “se ti va bene” il magazziniere in modo abusivo o in nero. Tutto ciò per sopravvivere in una città troppo cara e indifferente per essere realmente italiana.

Milano, crocevia di stilisti e imprenditori, non sa cosa farsene di lavoratori sfruttati del genere, neanche il più disperato milanese tipo accetterebbe, in tempi normali, un lavoro del genere, ma di questi tempi, anche avere un lavoro per vivere decentemente è un miraggio.

 

Per questo, non c’è bar del centro che non venga gestito da stakanovisti cinesi pronti ad aprire alle 5 e chiudere alle 23 al minimo salariare, s’intende, tanto la famigliola vive con poco e consuma le proprie giornate al bar.

Se vai alle selezioni dell’autogrill vedi come si sente disperata la crisi.
Anche i milanesi del centro hanno bisogno della stabilità lavorativa ben pagata della catena di ristorazione. Servire e riverire, correre a destra e manca, il tempo stringe e la giornata è lunga se ti alzi alle 6 e prepari i primi caffè bolenti per gente infreddolita .
Poi gli altri vengono dopo e non li conti più.
Finito il turno, prendi la metro e diventi parte di una maggioranza silenziosa stanca e variopinta che si rabatta e sopravvive a stento fra tanta cordiale indifferenza metropolitana.

Il tram tram dura per qualche mese, qualche anno, giusto il tempo di mettere da parte un pò di soldi per andarseli a sputtanare il qualche angolo del mondo tropicale o almeno mediterraneo.
Magari nella vecchia cara Sicilia obliata dove, incredibile ma vero, con soli 10 euro trovi il ristorante a menù fisso e pensi ” Cosa cazzo ci faccio lì con 10 euro? Magari Milano fosse così”
Succede che presa la pensione mi trasferisco qui e mi sputtano la pensione al bar e ai ristoranti.
Pensione che non avrò e soldi che mancano.
Aiutami tu macchinetta slot machine a vincere un pò di grana se no, vado fuori di testa e uccido il proprietario del locale, mi faccio arrestare così almeno in prigione non pago affittto.”

2 risposte a "in quel di Milano"

  1. Soliti errori grammaticali gravi. Non so se riuscirò mai a liberarmene.
    Non è il tran-tran degli errori che mi preoccupa ma il “fa” fa male.

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