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Solo la leggenda


La vita procedeva tranquilla in quell’angolo di terra bruciato dal sole di mezzogiorno, ora che
gli Abbate erano conciati per le feste.
Sasà non lavorava troppo né troppo poco.
Aveva molte giornate vuote e gli affari spesso andavano a rilento.
Evidentemente, il suo progetto di vita era destinato a trasferirsi nuovamente in un altro angolo di mondo.

Mamà era un autorità costituita e rispettata e Tatà beveva sempre meno e si allenava di più.
Ma i tre fratelli Abbate tornarono nuovamente alla carica decisi a riprendersi il controllo del territorio.
Stavolta riuscirono a pianificare le loro vendette in modo sistematico.
Sereno sorprese Tatà nella sua veranda mentre sorseggiava del rum d’annata.
Sono certo che il nostro Tatà non senti nulla e, in un istante, si trovò dall’altro capo della vita tenendo fra le mani
il suo vecchio bicchiere preferito.
Don Carro riuscì ad acciuffare Tranquillo e a sistemarlo in gattabuia.
Quel giorno aveva finalmente messo fine, almeno così credeva, a quella masnada di farabutti.
Ma le celle di quel paese erano troppo poco sicure e mal sorvegliate.
Tranquillo eluse la sorveglianza del secondino, o meglio, gli piantò una pallottola in testa.
Si fece trovare seduto sul tavolo dello sceriffo e quando Don Carro entrò
vide quella carogna che gli piantò tre colpi a bruciapelo nel cuore.
Tranquillo uscendo urlò ai passanti : “Da questo momento la legge sono io”
e ne uccise un paio.

Gli Abbate erano diventati nuovamente padroni della città.
Dei tre tutori restava soltanto Sasà che stava pensando al miglior modo per uccidere gli Abbate.
I tre gli fecero arrivare un avviso con su scritto: “lascia la città o se un uomo morto”.
Sasà invece si fece trovare il mattino seguente di fronte l’ufficio dello sceriffo alle 12 in punto.

Era da solo in quel paese fantasma circondato da assassini promossi sceriffi.
“Sistemiamo questa faccenda una volta per tutte!” disse allo sceriffo.
“Preparati a morire” disse quest’ultimo.

Un sol colpo preciso e letale aveva colpito Sasà in pieno petto.
I tre stavano per prendere quel corpo per consegnarlo alle carogne quando videro
Sasà sollevarsi da terra e sparare in pieno petto a Tranquillo che si accasciò morente,

Neanche un attimo dopo, e  Sereno fu colpito mortalmente
da un colpo che gli fracassò la testa e lo lasciò con la faccia sulla polvere.
Il povero Calmo fu poi sistemato da un’altra scarica di pallottole che lo lasciarono pietrificato.
I tre furono così sistemati da un fuoco bruciante di ferro che nemmeno
le più moderne mitragliatrici riescono a produrre.

Quel maledetto Sasà era riuscito a modificare la sua pistola con una serie
di bocche di fuoco aggiuntive pronte a sparare dopo il primo colpo.
Qualcuno sostiene che ad aiutare il nostro Sasà intervenne  un certo Cirro
noto locandiere del saloon  che aveva sempre nutrito una certa ammirazione per il tale.

Calmo morente e tremante vedendo Sasà avvicinarsi esclamò:
“Ci rivediamo all’inferno, maledetto demonio!”

Non era il demonio ma era scaltro come pochi o meglio meno sprovveduto.
Sasà si era procurato una corazza in ferro battuto che nascondeva sotto il corpetto.
In testa aveva un cappello di ferraglia quasi invisibile a coprirgli il capo.
La sua armatura scintillava sotto sole cocente ,  sembrava che il nostro eroe
fosse diventato una specie di macchina corazzata indistruttibile e implacabile.

D’improvviso tutti gli abitanti del posto uscirono a festeggiare il grande Sasà.
Quella sera si festeggiò fino all’alba tra canti, bevute e cibarie varie.
Un vero e proprio trionfo per il nostro eroe.

Il mattino dopo, di Sasà si erano perse le tracce.
Alcuni testimoniano di averlo visto scappare su di un cavallo bianco poco prima dell’alba.
Ciò che è certo, è che da quel momento in poi, nessuno ha rivisto più nei paraggi Sasà
e in molti sostengono che si sia rifugiato fra i suoi amici Sioux del monte selvaggio.

Di lui ci rimane solo la sua leggenda e la sua bottega di ferraglia consumata dal tempo.

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Tatà, Sasà e Mamà


Baldracche, Musica  strimpellante e ubriaconi dappertutto.
eccola quella malmessa locanda dove mangiavi, bevevi e fottevi per pochi quattrini.
Don Carro parlava con il povero Tatà, un vicino di casa ubriacone e con un passato controverso.
I due non badavano troppo  alle ragazze e bevevano con cattiveria, sputando e imprecando a ogni
nota stonata.

Sasà osservava con cura la mercanzia e si passava le dita fra le labbra come
a pregustarsi una sana e salutare scopata che lo ripagava di tante fatiche.
I tre quasi non si sentivano e dovevano essere piuttosto stanchi perché avevano poco o niente da dirsi.
D’improvviso nel Saloon  entrarono i tre pazzi Fratelli Abbate.
I tre rispondevano al nome di Calmo, Tranquillo e Sereno e, nonostante i loro nomi, erano i primi a fare
baldoria e uccidevano facilmente.

D’improvviso, il saloon diventò silenzioso come un cimitero abbandonato e i tre cominciarono
a terrorizzare tutti con le loro minacce e con i loro sguardi torvi.
Calmo prese un doppio whisky, Tranquillo un bourbon invecchiato di dieci anni e Sereno un Thè freddo al limone perché aveva l’arsura.

All’ultima richiesta il barista soffocò a stento una risata sapendo che avrebbe rischiato la vita per questo.
I tre erano armati fino alle gengive e non erano certo dei pisciasotto.
A rompere il silenzio intervenne Sasà che disse: “troppo caldo per superalcolici, vero?”
I tre lo fulminarono con lo sguardo: “Chi diavolo sei tu?”disse Calmo.
“Sicuramente un uomo morto” rispose tranquillo che, non fece in tempo ad estrarre la pistola,  che si ritrovò il cappello per aria, Calmo si ritrovò con il bicchiere rotto e a Sereno arrivò una pallottola sulla scapola.

I tre erano rimasti di ghiaccio. Tatà, Sasà e Mamà, il nomignolo di don Carro, avevano tutti i tre delle pistole fumanti e
il guaio e che sapevano usarle egregiamente.
“Vi conviene alzare i tacchi” disse Tatà che, contrariamente alla sua dipendenza dall’alcol, dimostrava una precisione chirurgica nel colpire bicchieri, pistole e piccoli oggetti in generale.
I tre stavano per restituire la provocazione quando sentirono il freddo bacio delle pallottole  penetrargli la carne
immobilizzando i  loro bracci armati.

“Alzate i tacchi, carogne!” disse Tatà ancora più cattivo e inferocito di prima.
I tre si trascinarono fuori accompagnati dalle sonore risate degli avventori che, stranamente, adesso li canzonarono
chiamandoli signorine, pivelli o femminucce.

“Strano come la gente ha bisogno di eroi per sentirsi forte- si chiese Sasà che aggiunse- Non vi ho detto che sono bravo a fare anche tombe su misura per tutti”
I tre furono salutati come eroi e liberatori dalla marmaglia e dalle baldracche del posto che adesso circondavano Sasà ordinando da bere al loro spietato killer sconosciuto.
Da quel momento i tre furono chiamati Tatà, Sasà e Mamà e furono le persone più rispettate nel raggio di 50 km.
Mamà, ossia il caro Don Carro, adesso poteva contare sul aiuto di due validi aiutanti.
Tutto sembrava sereno e sarebbe rimasto così per almeno dieci settimane ancora.

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Lo chiamavano Sasà


La pianura era immobile nell’afa estiva siciliana. Questa lingua d’asfalto era un deserto infuocato di catrame a stento attraversata da stanchi cavalli sbuffanti. A quel tempo la gente del posto preferiva starsene rinchiusa a casa sia per il caldo sia per i predoni senza legge che si spartivano il territorio e regolavano le questioni d’onore a mezzogiorno in punto. La borgata era un ameno villaggio di campagna, non troppo piccolo nè troppo vasto, dove la gente si faceva i cazzi suoi e cercava di vivere di quel poco che il raccolto dava.

I bordi della strada erano delimitati da fichi d’india appassiti, erbacce secche e carogne in decomposizione.
Sasà avanzava tranquillo per quella valle della morte infuocata dall’asfissiante aria estiva.
Stanchi e ripetitivi lamenti di cicale riempivano quella bolla calorifera e accompagnavano il lento incidere
di Sasà.
Il nostro era un tipo tranquillo, modesto, riservato e enigmatico.
Si sapeva che era nato in un villaggio delle madonie ma il posto era ignoto ai più.

Si sapeva che Papà Sasà era costretto a muoversi spesso per lavoro.
Non sostava in un posto se non per massimo un giorno; il tempo di bere, mangiare, portare a destinazione la merce, quindi ripartire. per chissà dove.

Ma questo non conta oggi.
In questo infernale giorno estivo, il nostro decide di aprire un’attività in questo angolo sventurato di mondo.
Nessuno lo conosce, non ha niente da perdere.
Farà il falegname, almeno così scriverà nella bottega.
Se tutto va bene, metterà su famiglia, si farà degli amici e trascorrerà una serena vita fino alla vecchiaia. Se tutto va male, andrà in giro per il mondo a vendere la propria arte al miglior offerente.
Perchè lui è un’artista e a parlare per lui saranno i lavori, le porte, le finestre e quanto ha già fatto al suo amico sceriffo, Don Carro,  che gli ha affidato questo sgangherato stanzone da ristrutturare.
“Sasà, questa è la tua bottega. In realtà è un vecchio casolare abbandonato con un pollaio attaccato. Dagli una ripulita e sistema le tue cose. In bocca al lupo.”

Don Carro era sempre piuttosto diretto nelle cose.
Poche parole servono più di tanti proiettili diceva e forse aveva ragione.
Sasà comincio di buona lena a sistemare le cose.
Fuori c’erano 40 gradi ma lui restava incredibilmente concentrato nosotante le mosche cavalline, le zanzare e il puzzo.
Dopo alcune ore, il nostro aveva sistemato gran parte della roba e ripulito quella vecchia stalla fatiscente.
Ripassò di lì Don Carro che disse: “Ma tu non ti fermi mai?”
” Chi si ferma è perduto”
” Neanche per mangiare?”
” Per quello devo “
” Allora vieni con me. Ti porto alla locanda di Donna Lia. Si mangia da Dio e non ci sono piantagrane.”
” Ottimo”

I due si avviarono al tramonto con i calli ai piedi, gli stivali consunti e la faccia segnata da lunghe rughe di chi ha lavorato sempre e dalla vita non chiede altro.

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Quarto Delirio Finale


Di detti Calibri ammirai la loro genialità d’arrangiamenti
e la frenesia di movimenti.
Rimasi rapito dal ritmo costante e assai gradevole del loro sono.
Che abili sonatori! l’ultima volta che fui rapito da un ritmo di tal matrice,
fu in occasione del concerto del wolfgango mozart ormai tanti secoli or sono.
Tornando a li calibri e alla loro esibizione, notai che dopo la pista cominciò a riempirsi
di giovini gaudenti e ballanti, nonché di avvenenti pulzelle da lo sguardo fiero
e assai poco licenziose.
Non di ché, lo duca e l’elfo attraevan loro le belle e a me lasciavan le altre.
Indispettito e  insofferente, decisi di lasciar le mie guide sotto più gentili cure
e m’allontanai da tal loco di perdizione.

D’un tratto vedendo tre giovini menestrelli provar loro istrumenti standosene in disparte.
Sicché, chiesi loro: “Chiedo venia simpatici giullari, sapreste indicarmi dov’è ubicata la ritirata?”
Quelli un pò sconcertati dissemi: “non sappiamo messere, provate  a dimandare sopra.”
E tosto cominciarono, con gran mio stupore, lo concerto.

La ritirata era sita in assai impervia strada.
Una ripida salita, alternata da un lungo corridoio affollato di persone.
Quindi v’era un canale oscuro che menava verso gran vialone
infine, mi ritrovai per una folta campagna.
lì riconobbi la mia vita antecedente.
Ripiombai, per strano artifizio, in data 1782
in loco di Bagaria.
Quale immenso piacere rivedere lo folle principe di Pallagonia
a cui dissi: “Voi non siete folle ma solo eclettico in compenso a ciò che vidi  in futuro”
“Cosa? Lo futuro? Questa è opera del demonio!
Discorretene con il conte di Cagliostro, Goethe e Piazzi.”
Sicchè, convinsi i suddetti a recarsi meco a vedere concerto dei Calibri.

Il Cagliostro riconobbe in essi certi suoi affiliati al rito egizio.
Il Piazzi affermò che, fra i pianetucoli, sentì una sinfonia simile.
Goethe disse che costoro erano personaggi de le sue affinità elettive.

A fine concerto, io con i miei nuovi compagnoni, ci scatenammo tra le
danze e le donzelle e, a causa del nostro male incedere, suscitammo le risa generali.
“Villani, insolenti, cafoni. Noi fummo grandi personaggi!!”
” E sti cazzi?” Ci replicarono in coro.
Anche sta realtà ci è poco gratificante.
Meglio ritornar al nostro tempo
sulle note di un sonatore di strada che incontrammo per caso.

Ritornammo in villa giulia a discorrere d’astri, rituali e esperienze letterarie.
Ma, ohibò, il tempo c’impose d’accompagnare le cortesi figliuole, lo duca e l’elfo
in Territorio di Bagaria.

Qual visione era questo ameno borgo sulla vallata dorata.
Un gran vialone si dilungava dal robusto palazzone in sommità di collina
e tutto intorno ridenti campagne e macchia mediterranea.
Nobil omini e nobil donne ciarlavano allegramente e tutto era in armonia
con la natura ridente e gioiosa che scorreva, placidamente, fra i lunghi viale alberati,
fra i limoni, le zagare e i fichi d’india.

“Ecco arrivati!” dissi “Questa è la nostra casa, non quello squallido groviglio di case
abbruttite e nobili decadenze viste nel futuro!”
“Ma che dici, cirè” dissemi lo duca e gli altri “Questa non può essere la nostra città!”
“Lo fu e, chissà, lo sarà.
Pel momento io m’intrattengo coi miei amici d’altri tempi.
Stasera siamo invitati all’aperitivo da quel briccone del Palagonia, venite?”
“Non possiamo” mi disse “il treno della REALTà sta partendo e dobbiamo andare.
Addio Beneamato Ciré!”
Addio.
Li lasciai in una moderna valle di lacrime abbruttita da un passato troppo bello.
P.S. Le “Affinità Elettive”  è un romanzo del 1809
i fatti sono “casualmente ” datati nel 1782

Per il resto, i personaggi sono stati reali e regali di fantasia
Ogni riferimento esistenti o a fatti  accaduti è puramente casuale