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Lo chiamavano Sasà


La pianura era immobile nell’afa estiva siciliana. Questa lingua d’asfalto era un deserto infuocato di catrame a stento attraversata da stanchi cavalli sbuffanti. A quel tempo la gente del posto preferiva starsene rinchiusa a casa sia per il caldo sia per i predoni senza legge che si spartivano il territorio e regolavano le questioni d’onore a mezzogiorno in punto. La borgata era un ameno villaggio di campagna, non troppo piccolo nè troppo vasto, dove la gente si faceva i cazzi suoi e cercava di vivere di quel poco che il raccolto dava.

I bordi della strada erano delimitati da fichi d’india appassiti, erbacce secche e carogne in decomposizione.
Sasà avanzava tranquillo per quella valle della morte infuocata dall’asfissiante aria estiva.
Stanchi e ripetitivi lamenti di cicale riempivano quella bolla calorifera e accompagnavano il lento incidere
di Sasà.
Il nostro era un tipo tranquillo, modesto, riservato e enigmatico.
Si sapeva che era nato in un villaggio delle madonie ma il posto era ignoto ai più.

Si sapeva che Papà Sasà era costretto a muoversi spesso per lavoro.
Non sostava in un posto se non per massimo un giorno; il tempo di bere, mangiare, portare a destinazione la merce, quindi ripartire. per chissà dove.

Ma questo non conta oggi.
In questo infernale giorno estivo, il nostro decide di aprire un’attività in questo angolo sventurato di mondo.
Nessuno lo conosce, non ha niente da perdere.
Farà il falegname, almeno così scriverà nella bottega.
Se tutto va bene, metterà su famiglia, si farà degli amici e trascorrerà una serena vita fino alla vecchiaia. Se tutto va male, andrà in giro per il mondo a vendere la propria arte al miglior offerente.
Perchè lui è un’artista e a parlare per lui saranno i lavori, le porte, le finestre e quanto ha già fatto al suo amico sceriffo, Don Carro,  che gli ha affidato questo sgangherato stanzone da ristrutturare.
“Sasà, questa è la tua bottega. In realtà è un vecchio casolare abbandonato con un pollaio attaccato. Dagli una ripulita e sistema le tue cose. In bocca al lupo.”

Don Carro era sempre piuttosto diretto nelle cose.
Poche parole servono più di tanti proiettili diceva e forse aveva ragione.
Sasà comincio di buona lena a sistemare le cose.
Fuori c’erano 40 gradi ma lui restava incredibilmente concentrato nosotante le mosche cavalline, le zanzare e il puzzo.
Dopo alcune ore, il nostro aveva sistemato gran parte della roba e ripulito quella vecchia stalla fatiscente.
Ripassò di lì Don Carro che disse: “Ma tu non ti fermi mai?”
” Chi si ferma è perduto”
” Neanche per mangiare?”
” Per quello devo ”
” Allora vieni con me. Ti porto alla locanda di Donna Lia. Si mangia da Dio e non ci sono piantagrane.”
” Ottimo”

I due si avviarono al tramonto con i calli ai piedi, gli stivali consunti e la faccia segnata da lunghe rughe di chi ha lavorato sempre e dalla vita non chiede altro.

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