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3 Anni di deliri

Fu un pomeriggio d’inizio maggio del 2009.

In quel periodo il cambiamento epocale e tanto atteso aveva il nome di laurea triennale.
Un traguardo importante e atteso che chiudeva una parentesi iniziata 6 anni prima.
6 anni in cui ho studiato con passione, impegno e costanza le lingue immergendomi nei loro aspetti più profondi e sconosciuti.

Quel giorno ero a casa di Tonio, stavamo ultimando la tesi e tra un film di Allen e i blog letterari, abbiamo ripreso il mio diario sul web senza pretese e con la voglia di dire qualcosa a qualcuno in qualsiasi luogo del mondo.

Il giorno dopo, Tonio perse suo padre.
Sapevo cosa provava, in quei sei anni lo persi anch’io.
Le parole erano superflue, era necessario solo il silenzio e l’attesa.
Costruire piano piano la consapevolezza di essere maturi e di non avere più una persona che
ti ha fatto nascere, crescere e capire anche con un solo sguardo di un viso segnato dalle rughe del lavoro.
Una cassa può anche contenere un corpo ma non il suo spirito.
Qualcosa rimane e sopravvive in noi, dentro di noi.

Adesso solo il silenzio, il vento che spira, la pioggia che cade, le cicale che friniscono.
Vai avanti, perchè il tuo tempo biologico non è finito.
Rimbocchiamoci le maniche, lavoriamo e se non lavoriamo studiamo e scriviamo.

Luglio 2009

Pomeriggio afoso e appiccicoso.
Afa, caldo e tensione pre-laurea.
Ore 13e30
in pieno nervosismo dell’attesa, mi reco in facoltà.
La facoltà è un deserto arido e afoso, un posto che tutti evitano preferendo il fresco ristoro della spiaggia. Oggi più che mai la spiaggia chiama e ogni attività lavorativa sembra superflua.
Mi aggiro fra i corridoi deserti, neanche l’ombra dei miei colleghi stakanovisti, anche gli oltranzisti della stella rossa sono a godersi il mare e la biblioteca autogestita rimane chiusa.

L’auletta rappresentanti non è frenetica come al solito. Gli studenti, i rappresentanti sono altrove, chi rimane è immerso nella preparazione di un esame di chissà cosa e si sta maledicendo silenziosamente cercando di dimenticarsi della data dell’esame.

Sono tirato e in tensione come una corda di violino, stato di vigile allerta come i gatti.
Pensieri annebbiati, voglia di discutere e non sudare troppo con l’abito d’occasione.
Niente sfugge alla mia analisi approfondita, le pagine della mia tesi, i libri consultati, l’inizio della discussione, l’esposizione in inglese e francese, i riferimenti ai teorici.
Intanto sono da solo e estraniato dai bidelli stanchi, dall’apatia afosa, dai miei familiari, amici e parenti venuti a sfidare il caldo e sorbirsi la mia discussione.

La prima tranche dei sette laureandi è partita, si è riempita anche l’aula magna.
Ascolto le varie discussioni con la testa altrove, non mi sfugge che si parla di Facebook,
2 tesi su 7, il fenomeno era agli inizi e io lo odiavo e lo ammiravo come per tutte le novità d’oltre-oceano.

Arriva il mio momento, gli accademici mi fanno parlare e vogliono capire perché questa tesi
sulla realtà bagherese dell’informazione. Ancora mi ricordo la domanda: “Vi credete il centro del mondo?”
“Insulso accademico saccente” avrei voluto controbattere “Hai mai sentito parlare di glocalità? Sai che ogni realtà locale è, in realtà, globale perché si affaccia sul mondo globale?”
Basta questo e altri dati snocciolati con dovizia a farlo zittire.
Applauso generale ed esposizione impeccabile anche per la parte in francese e inglese.

Rimane la laurea, le foto su facebook (ovvio), la celebrazione pro forma e la festa al ristorante con il dj simpaticone.
Quando gli altri vanno via, mi reco al rave party in spiaggia a continuare a festeggiare.
La tensione è finita da oramai 6 ore.
Rimane il ricordo di una giornata interminabile, che ha chiuso la parentesi universitaria
fatta di esami brillanti in lingua straniera e esametti informatici passati a fatica.
Rappresentanza studentesca, battaglie coi professori, manifestazioni e feste autogestite.

Adesso metto un punto e vado a capo, anzi all’estero.

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