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Manifesto della retroguardia

Che le tue parole diventino dardi infuocati contro il perbenismo
ignorante delle masse narcotizzate da televisori e calcolatori manipolanti.
G.Superbi poeta futurista

Un lampo vivido, irresistibile, si sprigionava sempre dalle sue pupille che parevano
essere diventate d’una immobilità vitrea.
Salgari

io dichiaro che oggi v’è un abuso delle parole e queste hanno perso la loro forza vitale.
Tritate, masticate, violentate e ,infine, impoverite dalla macchina commerciale, si sono
involute scadendo a mero mezzo cominicattivo per delle masse che le sviliscono offendendole.
Invito a rileggere le avanguardie dei primi del novecento.
Le parole si scatenavano contro l’immobilismo formale degli accademici.
Adesso, contrariamente all’epoca, bisognerà riacquistare, ritornare a quell’immobilismo
e ridare valore e serietà alle parole.
Non più gergali, le parole dovranno risplendere di un aura mistica e un valore formale alto.
Niente più stratagemmi buoni per tutti, niente più espressioni volgari e basse (buone per l’industria dell’intrattenimento culturale)
addestrate e annichilite da scribacchini compiacenti verso l’industria, la produttività e il giornalettismo servile, becero e gossiparo dei prodotti industriali che uccidono l’originalità.
Bisognerà dire “No” al calcolatore elettronico (computer)
la sua estrema e indispensabile utilità ha rotto la magia della scoperta e dello scrivere su carta.
Basta, ve ne prego, non assillate i nostri spiriti e le nostre libere menti da parole abusate che fungono da manipolatori mentali; ossia “precariato”, “Crisi”, “disoccupazione”.
Per questo, mi propongo di ritornare alla severità stilistica e formale dell’ottocento.
La mia non deve essere letteratura d’evasione ma di allontanamento dagli schemi.
Perchè non soffro e non sopporto la popolarità dei “best seller” e dei libri dei calciatori
o dei provetti cuochi.
chiamatela “retroguardia” è solo un nome.
L’avanguardia ha avuto il pregio di spezzare con il mondo antico
ma adesso lo rimpiango per alcuni motivi.
La severità della scrittura, prima di tutto.
Non rimpiango la fruibilità del libro, vero valore aggiunto dell’industria.
Rimpiango la ricerca e la capacità descrittiva degli scrittori di un tempo.
Non sopporto tutta questa facilità nel pubblicare un lavoro sofferto e tormentato come un libro.

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