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Memorie londinesi

Eccomi nella spietata metropoli.
Ho cambiato idea da poco, la ricerca del lavoro può aspettare
intanto gli altri stanno
ammassati nella tristezza quotidiana e dai ritmi frenetici della capitale.
Sfoglio distrattamente il giornale, tutto intorno l’alternarsi delle stazioni ci rinchiude nel grigiore metropolitano.
Buone notizie sul metro di oggi:
L’indifferenza è diventata sistema e la gente consuma le mattine dentro questo
verme metallico veloce.
Poi arriva un immigrato somalo che parla italiano a rompere il silenzio
augurandomi buona fortuna per aver trovato due pence per terra.
“Sento parlare molti italiani in metro, come mai tutti qui?
Che succede in Italia?”
In Italia la crisi ci ha fatto andare via, non è rimasto niente.
“Non c’è niente in Italia? Si mangia soltanto?”
Anche troppo direi.
Quindi continuo ad agitarmi e disturbo un distinto professore inglese
“La prego, continui il suo show, mi piace vedere questa gestualità
e questo modo di esprimersi tipicamente mediterraneo.
Qui abbiamo dimenticato tutto, si lavora e si produce e il giorno dopo ancora
in questa monotonia produttiva”.
Qui c’è solo lavoro, replicano i due, per tutto il resto c’è la carta di credito.

Tutto il giorno a girare sfidando la pioggerella autunnale.
Ristoranti italiani in cerca di manodopera, agenzie di collocamento per stranieri,
inglesi e italiani in cerca di qualunque cosa che sia un lavoro.
Al rintocco delle cinque, il Big Ben ci dice che è l’ora del thè con latte
e si cerca un po di vita nel pub più sgangherato e assurdo del circondario.
Gli avventori sembrano usciti da un circo di periferia.
C’è un tizio che legge chinato su se stesso il “Sun” sorseggiando una birra quasi vuota.
La cassiera e una stangona in tuta sporca e piercing che, con noncuranza silenziosa, ti allunga due pinte di birre
annacquate e un sacco di snack a base di maiale chiamati “pork crunch”
Ci sediamo in disparte a riprendere e fissarci ogni dettaglio del posto mentre
ascoltiamo la tv che manda il meglio della musica anni 90.
D’improvviso un tizio sbronzo si avvicina e ci chiede, in dialetto londinese, cosa diavolo ci facciamo con due valigie da viaggio.
Rispondo che stiamo andando in vacanza o almeno così pare.
Il tizio è una specie d’istituzione del locale, ha fama di essere un gran giocatore di biliardo e di non perdere una partita.
Per non smentire le voci che corrono sul suo conto, sfida il suo compare di bevute,
un uomo enorme dalla faccia grossa alquanto alticcio ma in giacca e cravatta che sembra l’anello mancante della scala evolutiva
tra l’uomo sapiens e l’uomo di neanderthal.
Lo batte in men che non si dica e, nel match di rivincita, lo umilia battendolo giocando con un braccio solo.
Il tizio imbattuto stavolta viene sfidato da un cinese capitato lì per caso che, dopo essere stato battuto, va via portandosi
dietro tante cianfrusaglie di contrabbando.
Al tavolo di fronte c’è una pakistana con quattro uomini che dovrebbero essere i suoi amanti a cui racconta come gestire al meglio
un “indian restaurant” sorseggiando un angelo azzurro mentre gli altri pendono dalle sue labbra e bevono svariate birre inglesi commentando sottovoce e fissando l’angelo azzurro della tizia che vorrebbero bere a turno.
Un altro tizio, arrivato da poco con abiti da operaio, si mette in disparte e poi viene coinvolto nella conversazione portando da bere
e quindi defilandosi a fissare i video degli anni 90 e il cellulare.
Arriva una ragazza da sola che si siede su di una panca e ascoltando le avanches
dell’uomo neanderthalensis ammira la bravura del campione
del biliardo che adesso gioca bendato e canticchia una canzone sconnessa
contro il padrone del locale, due bevitori incalliti e il neanderthalensis stesso.

Si è fatto tardi.
Andiamo in aeroporto ad aspettare l’aereo delle 6.
Tutto intorno è un bivaccare di passeggeri.
Bivacchiamo e beviamo, raccontiamo e osserviamo le persone che corrono al gate
mentre consumiamo le nostre fette biscottate turche “buone per tutti”, il formaggio “salami” polacco,
i grissini extralunghi tipicamente “italiani” e i fantastici biscotti ancora più cioccolattosi “maryland”

gentile presente di Mariella dispersa in nave mentre dormiva nella nostra “Comune” di West Kensigton
sopportando le lametele di Mark a cui “trapanò” del vino e della birra dal parquet.
Sette persone in una stanza per quattro, compreso il mitico Fabio Maria che, con gesto plastico, copre la pentola che va a fuoco
con il “Fire Blanket” d’emergenza da usare anche come coperta per la notte insonne di PierAngelo.
Le mie piccole principesse si alternano in bagno e in giro.
Arriva un ubriacone professionista che si guadagna da vivere bevendo
e mostra confuso delle sterline accartocciate prima di baciare la mano della ragazza
dicendole; ” La mia piccola principessa!”.
Mentre ero perso in queste visioni recenti ecco una voce che mi riporta alla realtà
“Cirè, mi lassasti sula, ARRUSPIGGHIATI!!!”
Siamo tornati in Sicilia

 

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