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La Clara ossia di dialoghi sconclusionati e surreali

La scena è la stessa o almeno quella che mi aspettavo.
Solito caffè, solite sigarette, solito traffico irreale.
Lui arriva con 10 minuti di ritardo per qualche ragione particolare.
Io fumo nervosamente dando occhiate preoccupate alla mia moto posteggiata di fronte il bar.
Che culo che ho avuto, almeno questo ci vuole.
La gente passa frenetica e senza guardarsi.
Manco un scusa di passaggio, che città maledetta.
Anche Sandro è un maledetto bastardo ma sa il fatto suo.
Tutti sanno i fatti degli altri ma lui sa che suda quattro camicie per portare il pane a casa
e deve portarlo, anche se sudato e se le camicie sudate deve stirarsele da solo.
Io tiro a campare e ad indovinare cosa mi capiterà domani.

Eccolo che arriva. Sbuffa, si siede.
Ordina un cappuccino e un bicchiere d’acqua.
Sbuffa, mi vede, mi bacia
e ritrovo quella scossa che solo lui sa trasmettermi.
“Dove sei stato?”
“A lavorare. Dove se no?”
“Non so, credevo avessi trovato un’altra amichetta.”
“Non ho amichette, solo capi rompicoglioni”
“Come stai?”
“Sono stanco, e tu?”
“Io bene.Ho ripreso il corso di pranoterapia”
“Ma ti pagano?”
“c’è l’indennità giornaliera”
“Cosa?”
“E un corso regionale sovvenzionato. Ti pagano a fine mese per quanto hai frequentat..”
” Ho capito, la solita cazz..”
” Ma mi fai finire? Salti sempre a conclusioni!”
“Non salto in niente. So come vanno ‘ste cose”
Si guarda intorno come se stesse aspettando una persona importante. In realtà ha altre
Cose da fare ma non sa da dove cominciare.

Beve il suo cappuccino quasi d’un sorso. Non ha tempo da perdere lui.
“Bene. Ci siamo rivisti. Il cappuccino è finito. Posso andare.”
“Aspetta! Volevo dirti..”
“Senti se è per la storia del libro non so dove sia e che fine abbia fat..”
“Mi manchi. Voglio stare con te e fare l’amore senza sesso”
“Me lo dici ogni volta che mi rivedi, stavolta non ci casco. Arrivederci”
Mi prende per un braccio e mi attira a se.
Ha il solito alito pesante lievemente camuffato dal cappuccino.
Non si è fatto la barba talmente va di fretta ogni mattina.
Usciamo di fretta quasi senza pagare.
Senza dire una parola, saltiamo sul suo Gilera.
“Dove andiamo?”
” A riprenderci il nostro tempo”
“Dove?”
“Al faro”
“Io devo andare a casa”
“Non importa”
“Neanche il finale di questa storia t’importa?”
“….”

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Evanjie, testamento di un romantico bohemien

Oggi 3 novembre.
La sbornia dei due giorni tristemente festivi è passata.
Il giorno fa il suo corso normale mentre io appassisco ad osservare
queste nuvole inconsistenti.
Da quando Samantha è andata via non riesco a fare nient’altro d’interessante che pensare a lei.
Io non la amo ma la vedo che si aggira per l’appartamento con la sua proverbiale leggerezza da
indossatrice modello pubblicità.
Il suo essere etereo, intangibile, quasi diafano mi ha stregato da subito.
Come per lei è stato il mio misterioso vivere da scrittore notturno.
La notte mi regala emozioni ed energie creative che durante il giorno si perdono nella quotidianità.
Da buon animale notturno, osservo una umanità fragile che si sfoga di una vita frustante nei week end.
E io, che non ho mai avuto modo di lavorare per campare, campo per lavorare con le parole e per darle dignità.
Nessuno mi conosce, da buon scrittore anonimo quale sono.
Rifuggo le lusinghe delle case editrici e mi concentro verso il mondo del web e le sue innumerevoli varianti culturali.
Leggo, studio, pubblico, recensisco, in questo minuscolo appartamento alla periferia della città malata di servizi
terziari. Di servizi da fornire ad un pubblico sempre più inebetito e incapace persino di allacciarsi una scarpa senza scrivere una mail o consultare le FAQ di un sito.
Oggi sono un morto rianimato. Esco da mio feretro per riappropriarmi della luce del giorno.
A me non piace ma devo fare uno sforzo. Questa stanza è piena di citazioni, birre vuote e resti di sigarette.
Ho deciso, senza una ragione particolare , di andare a lavorare la terra.
Devo dimenticare questo mondo odioso e plastificato.
Vado a rovinarmi le mani e a sentire della buona aria fresca che riempie i polmoni.
Ho un accordo, più che un contratto, con una fattoria di campagna che si sta riconvertendo in agriturismo
e, complice la famosa crisi, ha bisogno di braccia da non pagare per fare quadrare i conti.
Mi hanno promesso un tetto e del buon cibo di campagna come pagamento per il mio duro lavoro.
Va bene così, non mi aspettavo niente di meglio né di peggio.
Ho dimenticato una cosa forse importante, mi chiamavo George Mandelli e facevo lo scrittore.
Ho deciso di cambiare vita e di diventare eco-sostenibile o almeno provarci.
Cosa mi spinge ad intraprendere questa scelta a 36 anni e tanti fallimenti alle spalle?
La voglia di riscatto? Forse…
La voglia di cambiare vita? Anche…
C’è che da quando quell’amabile fantasma si è dileguato senza una ragione
si è portato via anche la mia passione per la scrittura e le passeggiate nei quartieri in della città.
Oggi presto il mio tempo per una ragione tangibile e per vedere crescere i frutti del tuo lavoro
giorno dopo giorno, costantemente, senza fretta.
Ed è qui, dal mio nuovo rifugio che comincio a guardare il mondo con nuovo ottimismo.
Sto cercando di lavorare senza fretta, di lavorare con lentezza.
Lascio le mie quattro ossa a marcire sulla terra
perché a lei appartengo.
Lascio le mie parole girare e sparire nel grande vuoto pieno della campagna.
Qualcun altro le prenderà e le userà al meglio.