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leggendo “La camera chiara” di Barthes

Ciò che io provo per quelle foto, procede da un affetto medio, quasi da un addestramento.
la parola latina, studium, che significa anche applicazione a una cosa, il gusto per qualcuno, una sorta di sollecito, d’interessamento ma senza particolare intensità.
è attraverso lo studium che m’interesso a molte fotografie sia che le percepisca come testimonianza politica sia che le gusti come quadri storici.

Il secondo elemento parte dallo studium e viene a infrangere lo studium, questa volta lui mi trafigge, io non lo cerco.
punctum, piccola ferita, buco, il punctum di una foto è quella fatalità che in essa mi punge.
la fotografia non dice (per forza) ciò che non è più, ma soltanto ciò che è stato.
c’è un secondo punctum, che non è più di forma ma d’intensità, è il tempo, è l’enfasi straziante del noema “è stato”
la sua raffigurazione pura. Il passato assoluto della posa (AORISTO).
Questo sarà e questo è stato: osservo con orrore un futuro anteriore di cui la morte è la posta in gioco.
Tutti questi giovani fotografi che si agitano nel mondo della consacrandosi alla attura dell’attualità, non sanno di essere degli agenti della morte.
Una morte asimbolica, al di fuori della religione.
La vita/la morte
Il paradigma si riduce a un semplice scatto: quello che separa la posa iniziale dal rettangolo di carta finale.
Con la fotografia entriamo nella morte piatta.

 

 

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