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Una vecchia nuova storia

C’è una fase della tua vita in cui l’unica cosa che conta è avere un lavoro e un minimo di indipendenza economica. Capita più o meno quando ci si stanca di fare lo studente spiantato di lettere e si pensa che,male che vada, per dare un immagine più o meno degna di sè, bisogna pur dire di fare un qualunque tipo di lavoro. Soltanto che , a queste latitudini, si fanno tanti e troppi tipi di lavori sregolati che hanno in comune di essere molto e troppo flessibili.
Che diamine! Non importa cosa vuoi fare, importa soltanto che tu faccia qualcosa, qualsiasi cosa pur che basti per potere affermare che non tu non sia un mantenuto.
Si può quasi dire che la precarietà sia nata qui e che la gente l’abbia preso per un fatto naturale.
Passai l’intera notte a rimuginare su questo. Avevo 28 anni, una triennale qualunque, buone conoscenze linguistiche e il fatto di non avere vincoli di nessun tipo e tanto da dimostrare per uscire da quel guscio di teorie filosofiche, azioni politiche studentesche e fuggitive esperienze amorose a riempire questo vuoto a perdere chiamato facoltà.
Era una fresca mattina di ottobre, stavo per partire per il progetto di volontariato internazionale che in pochi conoscevano.
“quanto conti di restare?” mi chiese mia madre.
“il tempo necessario, o meglio, il tempo di sistemarmi e vedere cosa fare. Male che vada, fra un anno ritorno e faremo i conti.”
” Alla fine è un’esperienza” disse mio fratello fumandosi una sigaretta e guardando pensieroso l’orizzonte
“Tanto qui non c’è un cavolo da fare, è tutto fermo e bloccato. Mi sa che tra alcuni mesi parto anch’io e fanculo a tutti”
“Già parti, e alla tua famiglia non ci pensi?” Gli disse quasi in tono di rimprovero mia madre
“appunto per questo voglio partire! Non posso continuare a farmi prestare soldi dai suoceri o chiedere a mia moglie altri soldi”
Stavo per avviarmi all’imbarco, quando ecco che ti vedo “il moicano” che si trascina la valigia all’imbarco.
Il Moicano era un suo avversario politico, un rivoluzionario grosso e impostato che, per le occupazioni faceva valere la sua presenza fisica e la sua capacità dialettica non trascurabile. Alcuni anni prima, aveva provato a fare da mediatore fra il suo gruppo e la sua associazioni ottenendo soltanto un pacca sulle spale con tanto di ” fatti le ossa da un altra parte e prova a convincere i fighetti di Universitàreattiva che a loro va di fare feste e fare i fighi!”
“salute a te onorabile onorevole! Anche tu abbandoni questa terra bastarda?”Mi chiese con il suo solito fare sarcastico
“Già, vado in Polonia per un progetto di volontariato internazionale”
“bello, io vado in Inghilterra per un dottorato con borsa di studi, capirai, sono solo 5 mesi ma tant’è”
“E la rivoluzione permanente? l’occupazione dei centri di potere? La fine del baronaggio e l’autogestione permanente dell’università e lo scalpore mediatico?
Gli chiesi quasi senza fiatare e quasi confuso
“tutte belle storie per abbindolare le nuove leve rivoluzionarie leniniste e scoparsi le ragazze depresse. Come del resto, credevo che i tuoi amichetti miglioristi-riformisti ti avessero dato un lavoretto sul sociale per farti stare buono e continuare fare politica con i vecchi politicanti?”
“I miei amichetti miglioristi si sono laureati e hanno scoperto anche loro le meraviglie dei viaggi all’estero”
” Bene, io mi imbarco qui. Buon viaggio e salutami Solidarnosc!”
“Non mancherò. Addio e hasta la Inglaterra,siempre!”
“Fottiti idiota!”

Salutai così le mie ultime illusioni e cominciai quell’avventura con il sorriso sulle labbra e l’incoscienza di non aver nulla da perdere
anche se mi avessero mandato al “confino”.
Poteva essere letta come una sconfitta personale, come una resa all’emigrazione, arrendersi al sistema dopo aver provato a combatterlo e cambiarlo dal basso. Non era così, era solo una pausa di riflessione aspettando tempi migliori. Con me portai una foto del grande mare per sentirmi meno solo ma, a dire il vero, anche la foresta di conifere non era poi così male…

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