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Patrimonio culturale

La fusione a freddo a distanza ravvicinata tra “Lettere” e “Formazione” diventa, da alcuni anni a questa parte, la “Scuola del patrimonio culturale”.

La fusione per mancanza di fondi ministeriali che spinge a ripensare le vecchie dicotomie tra lettere e filosofia e le scienze della formazione cambiando e trasferendo dipartimenti, libri e professori tra un edificio e l’altro in nome della precarietà ministeriale e della sostenibilità economica.

Adesso diventa la scuola del patrimonio culturale ossia una definizione, una sigla buona per dire tutto e niente delle scienze sociali e dei luoghi di sapere e pensiero nell’epoca della globalizzazione del sapere e della svalutazione dei professionisti di qualunque genere a vantaggio “virtuale” dei ciarlatani “digitali”

I nuovi laureati del patrimonio culturale saranno, come vuole il mercato; flessibili, a basso costo, stagisti per vocazione e mancanza di alternative: domani al call center, settimana prossima all’ estero a fare gli sguatteri per pochi euro sognando gli aperitivi disimpegnati dell’ enogastronomia italica da rivivere in formato plastico nella metropoli che non ha mai tempo ma bisogno di multiculturalismo.

Oggi le due ex-facoltà sembrano così vicine da frapporsi. Così accumunate da diventare tutt’uno.
Così è nell’orizzonte piatto e calmo di una giornata autunnale tipica palermitana.

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