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Cronaca di uno Zapoj finito male

Questa sera qualunque ha qualcosa di stranamente perverso che mi agita dentro. Sono un adulatore delle notti insonni e delle sere alcoliche
ma il mio stile di vita mi sta distruggendo dentro, per questo ho bisogno di rifugiarmi nella solitudine dei silenzi cittadini al termine del giorno e ascoltare la città che ritorna a respirare non più oppressa dal frenetico ronzare delle auto.
Mi chiamo Fabien, sono un artista decadente e intellettuale fallito che si rifugia nei populismi popolari agitando convinzioni politiche alternative per manipolare la gente. Non produco niente, impongo i miei modi di pensare basati sull’odio virtuale e difendendo la mia società d’informazione libera dal tubo catodico quotidiano reale. Oggi sono libero da impegni e mi avvio passeggiando per la città con fare da dilettante cittadino fuori dal mio ufficio di menzogne. Ho lasciato tutti i miei impegni quando ho deciso di tornare a casa dopo 3 giorni di viaggio in treno per l’Italia. Dal mio ufficio all’estero L’Italia sembra un posto paradisiaco; si mangia bene, si vive meglio e con pochi soldi, la gente è brava e felice se non è sui social a vomitare rancore.

Sono partito dal “Bel Paese”circa 5 anni fa in un pomeriggio caldo di settembre quando decisi di lasciare i miei amici e le mie convinzioni da burino cafone che si crede arricchito per sfidare la grande metropoli e la vita meccanica. “Comunque vada sarà un successone” mi ripetevo felicemente ebetito dalle prospettive delle luci pallide della città metropolitana che non dorme e io mi farò una vita e delle nuove abitudini. Così è stato e forse sarà ancora. Il tempo ha già deciso ed è meglio non aprire bocca.
C’è ancora gente che si affida alla fortuna, lo vedo con il mio amico nichilista Giangiacomo detto il Turco, un esperto pescatore di alcuni anni più giovane ma con tante sigarette in più fumate e alcol bevuto avidamente. Sempre stato magro come un chiodo e con la voce stridula se non beve il giusto. “Cosa fai vecchio marinaio dei miei stivali?” Gli chiedo mentre da dilettante passeggio guardando tutti con finta attenzione ma osservando lui che tenta di sparare ai gabbiani.
“Questi stronzi volatili mi infastidiscono, sanno essere così leggeri e così pesanti con la loro stazza da uccelli spazzini.Rumorosi e lamentosi, cagano l’impossibile e pare che la sanno troppo lunga per dirtela la verità” Aveva un ghigno feroce e una espressione quasi gioiosa, fortunatamente nessuno s’indignava per questa pazzia antianimalista
presi com’erano i cittadini dai loro monitor abbaglianti e auto rumorose. La sera terminava nel solito bagliore abbagliante di luci solari e le nuvole sembravano spazzati via dalla troppa luce.
“La verità, caro Fabien, e che ora siamo pronti per fare il fatidico Zopoj russo. ”
” Cosa è sta storia?”

“Ma come” rispose lui sorpreso “non sai cosa è il Zopoj tu con le tue informazioni letterarie?
Allora abbiamo un motivo in più per cominciare. Preparati per un viaggio iniziatico a base di vodka, alcol, treni da prendere e da perdere, gente da evitare e belle fiche da scopare”
“Non sarei così sicuro, cosa dovrei fare?” Risposi quasi dondolandomi sulla barca.
” Seguimi” dise deciso ” il destino ci ha detto di onorare i miei avi russi diffondendo l’usanza anche qui”
” Ma tu non hai discendenze russe” ancora una volta contrariandolo sapendo che provavo un gusto perverso nel provocarlo.

” Ah, come la fai lunga. Nella notte siberiana dalla quale sono venuto fuori ho trovato modo di spingere la volontà di mio nonno tedesco a maritarsi con una mamuska e, nel delirio del dopo guerra, trovarono motivo di andare verso il mediterrraneo per ricostruire una vita troppo fredda per essere apprezzata. Il mio sangue è continentale, come il tuo del resto. La mia anima è russa e questa è la nostra missione. Evita di pisciare qui in mezzo ai molti volti indifferenti dei cittadini e andiamo alla taverna di Massimo Caravella per pianificare il tutto.”
Massimo stava là che aveva chiuso da poco. Ci aspettava con tre biglietti del treno e uno zaino pieno di vivande e bevande parecchio divertenti.
“Come mai ci avete messo tutto questo tempo?” Ci disse sbalordito e spazientito. Quando l’ora arriva bisogna farsi trovare pronti con tutto l’ottimismo del viaggio e alcune paia di mutande nuove”
Cominciammo a gustare il caro cartone di vino rosato dei nostri tempi migliori per incamminarci, con fare lunatico, verso la stazione centrale.

Dopo aver bevuto e cantato varie canzoni sconosciute, quei vecchi tre compagni di un tempo, senza un preciso motivo e travolti dal momento, si baciarono tra loro con avidità e salirono sul primo treno merci diretti verso l’infinito. Il viaggio era appena cominciato. Il treno precipitava verso l’infinito con la non curanza delle scatole di alimentari e altre merci su cui si erano sistemati per continuare il rito.
Oggi la nostra è una non curanza diversa. Il tempo è passato, sembriamo quasi ridicoli o forse lo siamo.
Massimo ha portato una vecchia radio a transitor che emette rumori strani ma interessanti che sembrano musiche conosciute, Il Turco ha cominciato a cantare la sua litania del pescatore con una specie di sorriso e io, dopo alcune ore di spasso spensierato, improvvisamente sono travolto dal panico e decido di chiamare la mia Fiamma che fino a tre ore prima odiavo per il suo amore paziente.

“Ciao cara, scusa il ritardo ma ho avuto degli impegni. Volevo dirti che è da due ore che non ti vedo e già mi manchi” Lei mi chiude il telefono in faccia sospirando spazientita ma so che tanto mi richiamerà nel cuore della notte per insultarmi o chiedermi se ho assunto droghe. Ci sono alcuni viveri che sembrano frutti, c’è scritto sulla cassa “tutti i frutti” e Massimo si riscopre un rocker stagionato cominciando a intonare “tuttifrutti” con le sue mossette da Elvis dei poveri. Giangiacomo lo insulta e gli tira le bottiglie di plastica vuote ma in cuor suo lo ammira per il suo fare.

Dopo alcune ore il treno si ferma in una stazione deserta. Intorno solo silenzio pesante e poco avanti c’è una spiaggia da cui s’intravede il bagliore mattutino. Quasi automaticamente e trascinandoci a vicenda, ci avviciniamo verso la spiaggia. è una splendida aurora e nonostante le nostre rughe e gli occhi pesanti non possiamo non guardare quel sole nascente carichi di buoni propositi. Poco più avanti staziona la solita colonia di gabbiani starnazzanti che Giangiacomo decide di voler eliminare mirando a casaccio con la sua pistola delle occasioni. Massimo sta con le mutande e lo zaino in mano cercando di orientarsi con il sole per capire l’est e io mi trascino per la mia spiaggia con il mio fare da dilettante di cui prima. Tre giorni non sono pochi e il mio cervello elabora che forse non siamo mai partiti nè arrivati, basta guardare questa mosca sulla vodka che era rimasta a farsi un bagno alcolico per tutta la durata del viaggio Allora realizzo questo: “Ragazzi, è stato divertente ma ora possiamo tornare a casa!”
Quindi siamo tornati a casa molto divertiti e pensierosi sapendo che forse conviene non scherzare con i treni merci e neanche con il vino rosato.
Alcune frasi di questo racconto le abbiamo appuntate nei tovaglioli rossi per non dimenticarle, altre le ho dovute cercare faticosamente dopo alcune riflessioni sparse. Così, mentre stavo ragionando su questo racconto, ritorna Il turco che mi chiede ” quindi di ste frasi cosa ne farai? Le donerai al mondo o le nasconderai per te stesso?”
E io ho risposto:
“Vi ricordate di quella volta che abbiamo fatto lo Zapoj dopo che Giangiacomo ha sparato ai gabbiani, Massimo ci aspettava con il cartone di vino rosato e poi siamo tornati a casa molto divertiti e pensierosi per averci baciato con avidità ed essere saliti sul treno merci?
“In realtà non lo abbiamo mai fatto” ribatte Massimo cheera tornato a giocare al vecchio videogioco da bar fregandosene del mondo.

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