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Lontananze

Ho viaggiato per dimenticare afflizioni e scontentezze varie.

Il cambio mi ha fatto rivivere la realtà senza filtri

Siamo in un seminario sulla tematica più odiata di questi tempi precari, il volontariato europeo e l’ imprenditorialità

Siamo seduti in cerchio e ci parliamo di esperienze, aspettative e 

In generale della nostra vita.

Parliamo una lingua non nostra ma ci capiamo dalle emozioni

Nei lavori di gruppo ci testiamo e sappiamo cosa fare

La serietà del giorno viene superata dal divertimento notturno

Di notte ci scateniamo nella danza del corpo, nell’inebriamento dei sensi

Io sto a parte, per una volta, stanco di tanti festini deliranti

Il freddo vento notturno mi ha svegliato il malore del corpo

adesso sono inebetito, sospeso tra il sonno e la veglia

Gli occhi si chiudono stanchi e la mente mi porta visioni confuse. 

Arriva la bella Sofia dagli occhi orientali e dal viso serafico

Si accomoda al mio lato preoccupata dal mio calo di energie e dalla mia tristezza

Mi rincuora carezzandomi l’anima di parole confortanti quasi sussurrate a bassa voce

Le sue parole diventano un caldo bacio per le mie orecchie

Rimango incantato ad ascoltarla ripensando alla nostra vorticosa danza della sera prima 

Ci prendiamo e ci fissiamo, ci tocchiamo e ci abbracciamo finché ci fanno accomodare fuori per chiudere il locale

Svanisce l’illusione, lei ritorna in stanza lasciandomi del vino bevuto a metà

Fisso quell’amaro calice sorseggiandolo nella spiaggia del laghetto

Adesso è tempo di andare, di tornare alle nostre dannate preoccupazioni quotidiane

Non ho più tempo per questi sentimenti di contrabbando 

Tu sei già lontana migliaia di chilometri e io devo capire se amarti o perderti per sempre


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Estinti 

 Arriva Novembre che inizia con l’omaggio ai cari estinti trapassati.

Necessario ricordarvi, voi cari che foste, 

E così riprendo questa poesia di un altro caro estinto 

IL GIORNO DEI MORTI Io vedo (come è questo giorno, oscuro!), vedo nel cuore, vedo un camposanto con un fosco cipresso alto sul muro. E quel cipresso fumido si scaglia allo scirocco: a ora a ora in pianto sciogliesi l’infinita nuvolaglia. O casa di mia gente, unica e mesta, o casa di mio padre, unica e muta, dove l’inonda e muove la tempesta

Pascoli così scrisse nelle sue “myricae” fragili poesie

E oggi, dopo la tempesta impetuosa del maltempo,

che tanto danno ha provocato a noi comuni mortali,

Vengo a ritrovarvi per dirvi come, passata anche questa 

Prova dell’esistenza, guardiamo come anche il cimitero 

Sia inondato dalla furia degli elementi.

Tante colpe hanno i mortali

Troppo a lungo hanno giocato 

Rovinando la terra