Gli articoli determinativi e indeterminativi

Caro Blog e lettori vari.
Un paio di giorni fa, vagando indisturbato per il web, mi sono ricordato di certi articoli
che ho scritto 5 anni fa quando ero un apprendista scrittore e novello linguista per il web.
5 anni sono un eternità per il web ed è stato difficile recuperare questi articoli dall’oblio
dei siti abbandonati o che hanno cambiato dominio o provider.
L’operazione memoria perduta è partita martedì scorso e, nonostante problemi di connessione a internet,
gente che viene e va nella nostra casa in mezzo al bosco e lezioni varie
oggi rimetto ordine ai miei ricordi e ai miei articoli inaugurando questa pagina degli articoli della memoria.
Tutto ebbe inizio con questo articolo datato 31 gennaio 2008.
Un aneddotico aneddoto

Questa è una strana storia che riprende tutti gli errori comuni nello scritto secondo lo zingarelli.Gli errori corretti sono evidenziate in maiuscolo.

Considerai che ACCELERARE era APPROPRIATO e diedi l’AVALLO all’ANEDDOTICO BIRICHINO di CALTANISSETTA di portarci presto all’AEROPORTO,
feci la sua CONOSCENZA durante una COLLUTTAZIONE per un COLLUTORIO che lo vide protagonista con l’ESTERREFATTO INGEGNERE MACHIAVELLI,
il birichino mostrò la sua ECCEZIONALE COSCIENZA COSMOPOLITA dichiarando di poter ESSICCARE il MISSISSIPPI,
prontamente l’ingegnere gli replicò “non puoi è PRESSOCHé impossibile”,
“zitto tu!che ti occupi solo di PERONòSPORA”e da lì un’accesa discussione sulla SCIENZA.

Sfortunatamente, il racconto s’interrompe qui, il link per continuarlo a leggerlo e mancante

Quindi l’elenco continua in quest’ordine:

L’amara vendetta di Sweneney todd
28 febbraio

Metà dell’Ottocento, una nave solca il mare, il marinaio vede avvicinarsi la costa londinese e canta “nessun posto è come Londra” ,gli replica un tipo vicino a lui “nessun posto è come la squallida e corrotta Londra” chi canta in modo così disilluso è il noto barbiere Benjamin Barker (Johnny Depp) che ritorna da una ingiusta condanna a 15 anni di prigione per cercare vendetta, ritorna nella sua vecchia bottega dove tutto è marcio e lercio, come nella bottega di mrs Lovett (Helena Bonham Carter) posta al primo piano del sua bottega, dove ritrova i suoi beneamati ferri del mestiere che ,adesso, lo porteranno fatalmente alla vendetta nei confronti della stessa società che lo ha condannato e ,soprattutto, nei confronti dell’integgerimo giudice Turpin (Alan Rickman).

I rasoi del famigerato barbiere tornano a risplendere nella tetra atmosfera Londinese, il barbiere adesso si chiama Sweeney Todd ma deve fare i conti con il suo passato, la sua maestria supera quella del ciarlatano barbiere Pirelli (Sacha Baron Cohen) la sua prima vittima,colpevole di avergli fatto ricordare episodi della sua precedente carriera, infatti Pirelli altro non è che un garzone che lavorava nella sua bottega, quando tutto era raggiante , splendente e lui era sposato con una moglie bellissima ed aveva una figlia bellissima, adesso quella donna bellissima non c’è più e la sua figlia bellissima è segregata a casa del terribile giudice Turpin, al posto della moglie c’è Mrs Lovett, con i suoi scarafaggi che zampettano placidamente per tutta la bottega, fin dentro ai suoi disgustosi pasticci di carne.

La terribile vendetta tramata dal barbiere deve essere compiuta nei modi e nei tempi giusti, ma la serie degli omicidi diventa una costante, i corpi non sono più un qualcosa da togliere in fretta e furia per evitare di farsi scoprire, adesso sono una fonte di guadagno per le dissestate casse della signora Lovett, infatti vengono lavorati e trattati per diventare delle squisite torte da vendere agli ignari clienti della bottega.

Un musical dominato dalla vendetta dove tutto è tetro e oscuro, quelle persone che passano per buoni sono i principali artefici dello squallore che domina la città, il giudice, persona fidata e stimata, è il cattivo rispettato e temuto da tutti, tirannico e dispotico nei confronti della sua prediletta figlia adottiva che vorrebbe pure sposare e conquistare, come si conviene ad un rispettabile gentleman.
Mrs Lovett è una pazza strega buona il cui unico obiettivo è sposare il suo beneamato barbiere e vivere felice e contenta in un raggiante futuro immaginato, nessuno è veramente innocente o colpevole, le vere vittime della pazzia generale sono: il piccolo aiutante di Pirelli, che, fortunatamente, non rivedrà più il suo signore e verrà adottato dalla signora Lovett.
La figlia del barbiere che dovrà restare prigioniera a casa, finché un giovane marinaio sincero la porterà fuori da un incubo. Forse…

Rileggendo Verga
Puri, locali, antichi valori
18 Aprile 

“I malavoglia” questo il romanzo che mi fu quasi “imposto” di leggere, dato che il compito per la classe era di fare un tema su di un classico della letteratura italiana, la prof. scelse per me “I malavoglia”, ricordo quell’edizione di quel libro: una di quelle edizioni degli anni Settanta degli oscar mondadori tascabili, consumati e scritti in caratteri minuscoli, ma che non ti spiegava in modo chiaro, e senza perdersi in paroloni, la poetica, la vita dell’autore e lo stile.

Lessi quel libro con calma e con fastidio, perché lo ritenevo incomprensibile e scritto malamente, in più si staccavano da sole e quasi volontariamente delle pagine dalla copertina, tant’è che alla prof. riconsegnai il libro con alcune pagine mancanti, la prof. non gradì e disse: “ho sbagliato a prestarvi dei libri, perché il risultato è questo qui (indicando il libro) il colpevole si renda conto dell’errore”.

Sì, mi resi conto tardi dell’errore, da allora trattai benissimo qualsiasi libro mi sia passato sottomano, all’epoca ero soltanto un ragazzetto infastidito e fastidioso che odiava i “classici”della narrativa perché non ti spiegano nulla e, con furore futurista, affermavo”un giorno brucierò tutta questa vecchia e stantia letteratura per costruire un libro vivo e attivo (pensando a qualcosa di simile al moderno e-book).

Passò il tempo, rilessi “I Malavoglia”, sempre con calma ma senza fastidio, apprezzando il punto di vista del narratore popolare con tanto di visione limitata e superstiziosa, lo straniamento e il fatto che il libro si modellasse alla materia descritta (la forma inerente al soggetto).

Quel libro in quel momento non fece altro che acuire la mia insoddisfazione per le imposizioni scolastiche, ero ossessionato dalla vita di quei scrittori che guardano con disprezzo e distacco la massa, dato che non si sentono di farne parte e la “studiano”con rigore scientifico alla maniera di Zola.

Mi sentivo come loro, anche se ero abituato ai formalismi tipicamente scolastici, non ero e non mi sentivo bravo a scuola,
perché lo ero stato e mi aveva fatto sembrare un estraneo agli occhi degli altri miei compagni.
Ma osservando i pescatori del mio borgo, rivedevo gli stessi personaggi e gli stessi valori dei malavoglia, lo stesso attaccamento alla loro condizione come un’ostrica tenacemente attaccata allo scoglio natio per non cadere nella fiumana del progresso e non venire dispersa da essa, allo stesso modo di come il Verga immaginò i suoi pescatori di Trezza dal suo lontano studio di Milano, io li osservavo con distacco e con ignoranza di quel mondo.

Sono distaccato da quel mondo, non ne conosco appieno il linguaggio, sono più come ‘Ntoni, il nipote di padron ‘Ntoni,
una via di mezzo tra il vecchio ‘Ntoni: portatore di antichi valori e radicalmente attaccato a quel luogo, e il fratello Luca, che imbarcatosi per il militare, lascia la vita travolto simbolicamente dal mondo e fisicamente dal mare traditore, come il padre Bastianazzo alcuni anni prima.

Sono in un limbo, impossibilitato dal pieno distacco di certe cose, mi rifugio nel mio mondo con le mie bellissime illusioni di tutti i dottori in saperi immateriali e globali (le lingue, la letteratura, internet) dimentico degli antichi valori puri e locali.

Calvino e “le città invisibili”
23 aprile

Da quando la rivoluzione industriale ha portato allo svuotamento delle campagne, le città sono diventate il nuovo punto di riferimento per l’uomo contemporaneo, esse si sono sviluppate e ingrandite,sono diventate funzionali e importanti.Da questo Calvino prese spunto per scrivere “le città invisibili”ripensando le città e il rapporto che instauriamo con esse,come le viviamo e quante città ci sono dentro ad una città infatti come dice
Calvino stesso nella presentazione del libro :“nelle città invisibili non si trovano città riconoscibili.Sono tutte inventate;le ho chiamate ognuna con un nome di donna ;il libro è fatto di brevi capitoli,ognuno dei quali dovrebbe offrire uno spunto di rilessione che vale per ogni città o per la città in generale,che cos’è oggi la città per noi?penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città,nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città“
Il romanzo è composto da tanti brevi capitoli su tante città che esistono nella mente del giovane Marco Polo che racconta al gran kublai Khan, imperatore dei Tartari, tutto ciò che gli altri non vedono nelle città.
un capitolo in particolare descrive un aspetto sempre presente nelle città,la smania di nuovo e il rifiuto del vecchio:

“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni:ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche ,si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro,indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello di apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’Ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana:più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove.
Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole averci da pensare.Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che si ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sè montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leoniae una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde; un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.”

non sembra una realtà così lontana dalla nostra, questa “Leonia”
può essere qualsiasi città del meridione o di qualsiasi altra parte d’Italia, ingrandita a dismisura, alla ricerca del “nuovo” a tutti i costi, sommersa inesorabilmente dai rifiuti veri e propri, o dai “rifiuti”metaforici da intendere come il vecchio da eliminare, a causa del mancato sviluppo armonico presente in tutte le città e dentro ogni città.

La voce della luna
Recensione film di Fellini

Ivo Salvini(Roberto Benigni) è chiamato da qualcuno… Ma è da solo che vaga intorno ad un pozzo.

Così inizia “La voce della luna”ultimo film di Fellini,il primo con Benigni,meno scatenato e scapestrato del solito anzi, insolitamente ingenuo,fragile,estraneo agli uomini.Un poeta a metà tra l’ingenuità di un pinocchio-umano e un Leopardi ottimista (i 2 riferimenti piuttosto evidenti soprattutto quando Ivo entra nella stanza preparatagli dalla sorella.
Un Leopardi-Pinocchio che si meraviglia della volgarità del motociclista che chiama la sua ragazza:”cavallina,dinamite,motocicletta”o che è estraneo al ballo frenetico dei ragazzi in discoteca o per strada,inebriati dalla musica di fine anni ottanta.

Questo ingenuo poeta ad un certo punto incontra l’ex prefetto Gonella (Paolo Villaggio), un tipo schivo e paranoico, ossessionato da congiure inesistenti e da vecchi immaginari troppo affettuosi che vegliano, anzi inquietano i suoi sogni.
Questi due estranei,vagano fra la pacchiana e grossolana festa del gnocco, per ritrovarsi in discoteca dove, il poetico ivo prova la scarpetta turchina della sua amata luna(una bianca ragazza che diventa Miss Gnocco) a tutte le ragazze che ballano con lui,mentre l’ex prefetto irrompe nella consolle del dj,tentando ,disperatamente, di moralizzare tutti,con il risultato di farsi cacciare con la forza, per poi ballare con la sua signora in mezzo ai giovani allibiti.

La luna(satellite) non inquieta soltanto il poetico Ivo, m’anche l’incomprensibile uomo che esce dal sottosuolo, la “spiona”come la defenisce per lui,suo fratello,il geometra perfettino,deve essere tolta perchè non serve a niente.
fra i tanti personaggi particolari e poetici spicca Nestore, l’amico di Ivo,che,come Ivo stesso è ingenuo e semplice, ma lui, contrariamente ad ivo incontra la donna della sua vita, la sposa,
ma si lasciano, perchè fanno sempre e solo sesso e lei si trasforma in una vaporiera(episodio ispirato al romanzo “poema dei lunatici”).

“Eppure ,io credo,che se ci fosse un pò più di silenzio, se tutti facessimo un pò più di silenzio, forse qualcosa potremmo capire.”
la battuta finale di benigni riassume tutto il senso del film,
la voce della luna può ancora essere ascoltata, la luna non ispira più i poeti, ma essi si ricordano ancora di essa che stavolta riesce soltanto a dire “pubblicità“,come frase simbolo dei tempi.
questo film così sognante, così poetico e frammentario, mostra tanti personaggi poetici abbandonati a se stessi ed incomprensibili,mentre ivo, supera Leopardi, perchè ha ben due lune che lo ispirano,quella che,spaventata, gli tira la scarpetta e quella vera e propria, che continua a chiamarlo per far capire ad Ivo,attraverso i suoi ricordi di fanciullo a casa della nonna, che è sempre stata nella sua vita.

ironica la scena del matrimonio di Nestore con la moglie,fatta in una locanda spartana,dove vi è,dipinta sul muro,una moderna opera d’arte quale è la squadra del Milan di Sacchi dell’90,con tanto di presidente Berlusconi dipinto sulla porta della cucina,che viene aperta con violenza dai camerieri del locale,come a volerla prendere a calci,mentre la moglie si fa la foto accanto Gullit che sovrasta il povero Nestore.
adesso la moglie vive con il macellaio che ha la vocazione per la carne equina, perché una vocazione bisogna averla,e Nestore l’aveva, a lui piaceva andare sopra i tetti,scomparire tra le nuvole.
anche Ivo aveva la vocazione per la luna, ma gliela rubano,per portarla alla vista di tutti,come vanto da offrire al popolo, che se la lascia sfuggire dopo che qualcuno ha detto:”Voglio sapere, di chi è la colpa?”è la colpa è di tutti quelli che non sanno ascoltare, così scompare la poesia e la luna.

 Non si muore tutte le mattine 
recensione libro Vinicio Capossela
Mai andato online

Un libro denso, pieno di vita evitabile ma intensamente vissuta. Immerso in una vita che tutti schivano e vogliono evitare, una vita ai margini
che porta all’inferno dell’anima e della vita stessa.

Vite appena accennate e vite perse e abbandonate nei posti più squallidi e improbabili, con tanto materiale raccolto e vissuto.Il viaggio surreale inizia dalla metropoli milanese, passa per le strade balcaniche sterrate e oscure, attraversa il deserto messicano e riparte per Stanbul,
incrocio delle razze, melting pot intercontinentale, prima e ultima città degli Stati Uniti d’Europa.
Si intravede Napoleone esiliato e impotente che vede la gloria passare nella campagna d’Egitto, nella campagna di Prussia e nell’indolenza della corte di Mosca
che non può trattenerlo e salvarlo perchè lo fa sentire troppo comodo, troppo pieno di sonno. Si lascia Napoleone in balìa delle sue glorie e subito s’incontrano personaggi opposti e per niente gloriosi.
Personaggi scuri, foschi, rancorosi e incazzati con la vita ma portatori di massime maledettamente vere.
Ben, Gould, Kurz e soprattutto Nutless, l’amico di sempre, il personaggio meglio descritto, meglio delineato, gli altri rimangono delle ombre inquietanti.
Nutless è il più grosso dei due, il più saggio e il più tecnico nell’alcolizzarsi, nell’analizzare le donne, le amicizie e la vita.Un tipo schivo che ” si era abituato a dire solo le cose che riguardavano anche te“. uno che sapeva stare ai box. Sapeva aspettare

Riparatore di tv, suonatore nei locali nascosti, abituato a nascondersi nel seminterrato lontano dal telefono e dalla madre dove giocava la sua partita, le sue battaglie e le sue epopee con i soldatini di piombo dipinti a mano. L’amico più grosso che “ti salva sempre” che ” Faceva le cose all’antica…conosceva le date delle fiere , ricordava

le feste, i compleanni, i giorni di apertura dei bar, le chiusure, i prezzi degli ipermercati, gli sconti”

Ma mentre parla Nutless, di tanto in tanto, in mezzo ai rutti, alle scorregge, alle rotture di cazzo e alle scopate selvagge,un AIUTO
ben evidente, scritto appositamente in caratteri cubitali, scappa.Una precisa richiesta di AIUTO forte, per Nutless,per NodlessVinicio, per tutti i reietti, rancorosi e oscuri personaggi.

Un AIUTO che arriva dopo che Nutless ha conosciuto la donna giusta, l’ha corteggiata e si è sposato.
Un aiuto relativo, perché sia Nutless che Nodles si sposano con le donne sbagliate, si sistemano e cominciano a vivere decentemente. Ma diventano dei pagliacci, l’ombra di loro stessi.
Non potranno più picchiarsi a torso nudo in mezzo la strada, bere un’infinità di birre, mandare affanculo la serietà, la lealtà,finiranno al sabato a fare la spesa all’ipermercato e ad andare a letto presto.C’è tanto materiale, ce n’è a chili, lo si può vendere a chili a peso ma non tutto si può prendere e non tutto si compra.

Tanto rimane in quelle pagine e nelle massime maledettamente vere di quei perdenti che hanno perso tutto ma ancora tanto gli rimane da dire.

Un abbraccio di pietra
di Fabio Cirello 
Su PDZ pdf n1

Mongerbino sembra un leone addormentato,
accucciato a protezione di una natura un
tempo incontaminata. La strada che percorre
tutta quest’area è una lingua d’asfalto stretta
e divorata da auto, case e ville abusive: è que-
sta la nuova faccia della costa di Capo Zaffe-
rano.

La primavera siciliana è tornata, coi limoni e
gli ulivi che rifioriscono in quella conca che
un tempo fu d’oro. Il leone è sempre lì, in-
quietante e confortante presenza.

Sotto di lui hanno fatto scempio: il paesag-
gio è stato stravolto senza criterio dalle spe-
culazioni edilizie che hanno reso ricchi i
“pezzi da novanta”, che qui si son fatti il
buen retiro. Altrettante cattedrali nel deserto,
all’ombra d’un bosco che dalla cima della
montagna arriva silenzioso fino al mare,
quell’arco azzurro che ha ispirato la costru-
zione di un omonimo ristorante biecamente
sul mare.

Sono passati alcuni anni che sanno di secoli,
qualcuno ha aperto gli occhi e ha fermato la
deturpazione, ma son rimaste le anime di ce-
mento e ferro, a ricordare che ormai il danno
è compiuto. Quel che erano ristoranti sono
scheletri abbandonati e trascurati, viva meta-
fora d’una ferita tragicamente aperta.

La natura che tante volte è stata sconfitta e
barbaramente annientata, soffocata dal ce-
mento, rispunta prepotentemente a chiazze,
tra spazi aperti nello scadente asfalto che
non regge alla pioggia. Ritorna, prima ma-
scherata da erbaccia inutile e sofferente che
fatica a trovare il più piccolo spazio e poi
cresce e si fortifica; riconquista quel che era
suo e che gli spetta.
Neanche le auto vogliono più fermarsi da
queste parti, sfrecciano in cerca d’anfratti in
cui consumar facili amplessi, prendendo a
morsi l’apatia che fa tutt’uno con il nulla che
ci morde sin dentro le viscere.

Vecchi turisti francesi versarono
lacrime su quel mare, salutan-
done la battigia e la spuma del-
le onde. Piangevano per quella
bellezza che si respirava in
ogni direzione: mare di blu
cobalto, il verde accecante
che colorava la montagna e
quel sole capace di rinfo-
colare le sopite speranze.E una solitaria bicicletta sfida la corsa delle

auto, si ferma vicino a questi scheletri che
s’affacciano sul mare ferendo gli occhi e il
cuore. Appaiono scampoli di abusivismi fer-
mati ma non sanati, come scie lasciate dal
passaggio d’un tornado che molti invocano
per buttar giù queste vestigia d’illegalità.
I gabbiani, ancora padroni del loro cielo, qui
nidificano sugli scogli, incuranti dei gesti

senza senso da bipedi. S’amano e si moltiplicano
su quel mare che prima s’esplorava sul
le lancitieddi,
a cercar sogni di tesori in grotte
fatate, sotto l’Arco Azzurro, quel ponte di
pietra che conquistò il mondo con la pubblicità
dei baci perugina. Ora su quell’arco in
combe

la villa d’un noto boss, che finalmente
hanno deciso di tirar giù. Ci piace pensare
che i due innamorati che si baciavano sospesi
magicamente su quel mare non abbiano mai
smesso. Forse nel paradiso delle scatole di
cioccolatini adesso sorridono.

Piena nostalgia del fare
su pupidizuccaro.com
25 giugno 2009

 

Tento e ritento, vorrei scrivere qualcosa su questo limbo pre-laurea, affidare al foglio le ambizioni, i dubbi e le aspettative. Ho avuto tempo sì, condito da poca voglia. Scrivo ora in bilico tra sfoghi che sanno di diario privato, ma è semplice e sincera constatazione della realtà.

 

Dopo aver finito di scrivere la tesi mi sono imposto un periodo di calma e tranquillità, complici i primi giorni estivi fatti di mare, spiaggia e nottate a sbevazzare con amici, parenti, fans e estimatori vari.
Mi sveglio e appena sono in giro arriva la quotidiana mitragliata: “Quando ti laurei? Dove festeggerai la laurea?” e, soprattutto, l’arcidomanda: “cosa intendi fare dopo la laurea?”

 

E spiazzo tutti: adesso vorrei un lavoro manuale. Ho sincera nostalgia per la dimensione del fare. Troppi anni ho vissuto nella teoria, in utopie da esternare a tutti, con progetti mai realizzati e mai realizzabili.
Tornerò alla manualità: voglio fare qualcosa, realizzare qualcosa. Devo riscoprire le arti, i mestieri di una volta che mai tramontano.

 

Fare il pane è una necessità oltre che un’arte, non è un servizio non richiesto che il precario del call center tenta di rifilare a qualcuno dopo la 300esima volta che tutti, garbatamente o no, gli hanno risposto “grazie, ma non sono interessato”

 

Fare una porta, costruire un armadio sono necessari più di un’assicurazione sulla vita che il procacciatore tenta di rifilarti.Certo, l’atto del vendere ha pure una sua arte, ma questa viene svilita ed umiliata da un sistema retributivo basato solo sulle provvigioni.

 

Parlo di questi mestieriucoli perchè li ho fatti, ne ho provato una certa vergogna, perché, mentre il muratore si svegliava alle 6 del mattino per andare a lavorare, io restavo al bar fino alle 10 si sera tentando di convincere il barista a farsi una polizza che, in caso di morte, frutterà ai suoi figli, alla moglie ed al nonno ben 30000 euro, ma non riporterà in vita il suddetto intestatario.

 

Stiamo perdendo noi stessi oltre che il senso dei mestieri, così mi ritrovo oggi, sulla soglia dei trent’anni, con una qualifica inflazionata nel mondo lavorativo. Con requisiti ormai standardizzati e garantiti già da un buon liceo. E mio padre alla mia età era già “mastro”.
Maestro del legno, artista del legno,
Non dimenticandosi di lottare, di far valere i propri diritti, quando aveva un senso essere di “sinistra”
Adesso anche queste lotte sono fuori moda, e non mi pare che ci sia tutta questa garanzia nel mondo del lavoro.

 

E poi lei, la possibilità di partire con tutti gli interrogativi che si trascina: dove, come, quando?

 

Quelli che conosco e che hanno già provato avevano le tasche riempite dai genitori e hanno fatto l’università fuori. Tutti primi dei fatidici 25 anni. La malinconia e la crisi di questi anni li hanno fatti tornare.
Siamo un popolo di emigranti, che ha fatto del proverbio “Cu nesci arrinesci” una massima di vita pronta da tirar fuori quando si è troppo illusi e stanchi per restare qui.

 

Siciliani di scoglio e di mare, pronti a benedire e maledire la madre premurosa che prepara tonnellate di cibarie al povero figlio che ritorna al nido familiare, le spiagge belle e inquinate , la munnizza simbolo di abbondanza e di mala amministrazione e le leccornie siciliane baroccamente abbondanti quasi a sfidare la scarsità di prospettive manifestate in un dialetto senza futuro.

 

Dopo questo pezzo, un lungo periodo di pellegrinaggi in giro per L’europa e per l’Italia per rinfrescarmi
l’anima con nuove emozioni.
Poi ci fu questo articolo

Il sogno della massa 
Su “In parole semplici 
12 giugno 2012

Un sogno, un desiderio.
Non costava nulla, un semplice sforzo d’immaginazione che, per noi studenti di lettere, doveva essere poco più di una formalità.
L’esercizio d’immaginazione, il desiderio era questo: “Cosa desiderate fare nella vita?”
Domanda che lascia liberi di spaziare, di scrivere sogni e passioni da realizzare, l’equivalente di un tema di terza media o della famosa traccia bonus dell’esame di stato per chi non vuole svolgere il saggio breve sullo scrittore contemporaneo o non vuole parlare di attualità o di politica internazionale.Se non che, il pensiero doveva essere espresso in tre righe e dava l’obbligo all’autore di parlarne in inglese ad una miriade di studenti che seguivano la lezione tentando di migliorare un inglese masticato malamente tra tv e canzoni.
Tutti scrisssero: “travel around the world” e fu piuttosto facile incoraggiare gli studenti delle prime file ad esprimersi in inglese standard.
Quella volta ascoltandoli rimasi impressionato, ancora una volta, della forza di massificazione di chi, come me, andava all’università per il famoso pezzo di carta.
Nessuno ci aveva fatto capire quanto si sarebbe rivelato inutile quel pezzo di carta e quanti altri pezzi di carta avremmo avuto bisogno nella nostra vita per dimostrare di potere aspirare ad un lavoro ben retribuito.

Alcuni anni dopo, ho avuto la possibilità di fare l’insegnante d’italiano all’estero.
Insegnavo, per riduzione organico e per il mio basso prezzo di mercato, anche inglese e francese.
Anche qui ho notato la speranza degli studenti di lingua di avere un famoso pezzo di carta per un lavoro o per un miglioramento della posizione lavorativa ancora possibile altrove.
Non era massificazione, ma autorealizzazione da pagare ad alto prezzo e non fornita gratuitamente da un mercato che investe solo nella formazione.
Gli alunni mi chiedevano: “Voglio imparare a parlare fluentemente inglese o italiano”. Io rispondevo: “Esercitatevi sempre, parlate sempre, sbagliate sempre. Non abbiate paura dei vostri errori perché imparerete da essi”

Questo successe lo scorso anno quando ero in Turchia e ripensavo
a tutti i mie colleghi che scrissero di voler viaggiare intorno al mondo. Io ero riuscito, seppure per poco, a realizzare quell’obiettivo accompagnato dal famoso pezzo di carta.
Dovunque andavo, sentivo che tanti giovani avevano l’esigenza di viaggiare e di parlare le lingue straniere.

Eppure, si può stare bene anche a casa propria, parlando il proprio dialetto.
Di certo, è un bisogno che non provavano i miei nonni o miei genitori.
In questa società dove puoi avere tutto quello che vuoi a prezzo concorrenziale abbiamo dimenticato a restare a casa, o girare a piedi per strada.
Oggi ho viaggiato e camminato a pochi chilometri da casa.
Ho riscoperto un paesaggio che riempie gli occhi.
Non ho parlato nessuna lingua e non ho preso nessun pezzo di carta ma ho ripreso a scrivere e a non sentirmi massificato per questo.

 

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